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21/06/2013         Condividi su Facebook

Il ballo rituale Căluş come Patrimonio UNESCO dal 2005

Il ballo rituale Căluş come Patrimonio UNESCO dal 2005“Il rituale principale del ballo è la bandiera, che consiste di un ramoscello di nocciolo ritualmente investito con caratteristiche magiche. L’asta di nocciolo è in cima agli oggetti che si usano per sciogliere incantesimi. I romeni pensano che gli spiriti maligni abbiano paura del potere dell’asta di nocciolo, evitando le case che ospitano all'ingresso tale oggetto magico. Per due o tre settimane, i ballerini (‘Căluşarii’) vanno di villaggio in villaggio, dove, accompagnati da uno o più musicisti, fanno la loro danza rituale per curare i malati. L’abbattimento [della malattia] attraverso il ‘căluş’ con la bandiera di nocciolo (che all’estremità presenta degli spicchi di aglio, foglie di assenzio e un filo di lana rossa) normalmente si verifica durante l'esecuzione del ballo, ovvero l'atto che porta alla guarigione. Il rito si può compiere anche colpendo con l’asta l’acqua incantata raccolta in un vaso.” (Dal libro “Cure e rimedi magici dai Carpazi” di Corneliu Dan Niculae)

Il ‘Căluş’ è un ballo rituale di ascendenza daca con origini nei riti precristiani di fertilità e purificazione. È un’usanza che segna anche l’avvento del periodo del cavallo (in rumeno ‘cal’), che nell’antico culto del Sole rappresentava l’animale simbolico associato con i mesi caldi e luminosi dell’anno (mentre il periodo di freddo e buio era patronato dal lupo). A differenza degli altri giochi folcloristici romeni (che coinvolgono l’intera comunità), al ballo del ‘Căluş’ possono prendere parte solo ed esclusivamente maschi per un numero totale dispari, scelti ed iniziati, dotati di qualità fisiche e morali. Tali prescelti sono vincolati a rimanere uniti al gruppo per 9 anni.
Il ballo, volto alla guarigione di un malato, può essere concepito come una forma di comunicazione tra il mondo di qui, rappresentato da una data comunità sociale, e un mondo “al di là”, rappresentato da esseri mitici e maligni femminili eufemisticamente chiamati ‘iele’. I maschi praticanti del rito, quindi, accedono ad una dimensione ambivalente e pericolosa dove espongono la loro vulnerabilità ad essere attaccati dalle ‘iele’ se durante il rituale non rispettano una serie di regole ed interdizioni fissate tramite il giuramento (castità, astensione, non abbandono del gruppo ecc.).



Una volta il ballo veniva eseguito su tutto il territorio nazionale, mentre oggi lo si incontra solo nelle regioni Oltenia, Muntenia e nella pianura del Danubio (nelle città Dolj, Olt, Arges, Teleorman, Ilfov) durante la ricorrenza della Pentecoste (quest’anno fissata a domenica 23 giugno nel rito ortodosso).
Dal punto di vista etimologico, la parola ‘Căluş’ deriva dal latino “collusium/collusii” che significa “danza di gruppo” oppure “società segreta”, ma è anche il diminutivo di “cavallo” (insieme a ‘căluț’ e ‘căluşel’). Infine, è anche un pezzo di legno che serve per zittire, il ché rimanda al personaggio Muto durante il rito.
Nel contesto socio-politico del 1848, viene adoperata una variante de-ritualizzata, più spettacolarizzata e commercializzata del ballo, chiamato ‘Căluşer’, allo scopo di risvegliare l’identità nazionale e di ribadire l’origine latina e la continuità storico-culturale del popolo della Romania.
Il ‘Căluş’ è stato censito nel 2005 dall’UNESCO e incluso come Capolavoro all’interno del Patrimonio Culturale Intangibile dell’Umanità. La capitale del Festival ‘Căluşul Românesc’, che vanta un’ampia partecipazione internazionale, è la città di Caracal dal 1978.

Autore: Ana-Maria Baghiu

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